Cos’è il Parental Differential Treatment e come il favoritismo genitoriale segna i figli per sempre, secondo la psicologia

Avete presente quel momento imbarazzante durante le cene di famiglia, quando qualcuno fa una battuta su chi era il cocco di mamma? Tutti ridono un po’ a disagio, qualcuno cambia discorso velocemente, e quella sensazione strana rimane nell’aria come fumo di sigaretta in una stanza chiusa. La scienza ha confermato quello che in fondo tutti sospettavamo: il 65-70% dei genitori ha effettivamente un figlio preferito. Non è cattiveria, non è mancanza d’amore, e decisamente non è qualcosa di cui i genitori vadano in giro a vantarsi ai compleanni. Ma accade.

La psicologia lo chiama con un nome serissimo: Parental Differential Treatment, che tradotto significa semplicemente che mamma e papà trattano i figli in modo diverso. Prima che partiate con i forconi contro i vostri genitori, fermatevi un attimo. Questo non è un processo a chi vi ha cresciuto, ma piuttosto un viaggio dentro una delle dinamiche familiari più comuni e meno discusse al mondo, quella che può spiegare un sacco di cose sul perché vi sentite come vi sentite, sul perché certi schemi si ripetono nelle vostre relazioni, e sul perché ancora oggi, a trent’anni suonati, sentite quel nodo allo stomaco quando vostro fratello riceve più complimenti di voi.

Il Problema Non È Avere una Preferenza

Ecco il colpo di scena che probabilmente non vi aspettavate: il fatto che un genitore provi una connessione leggermente diversa con ciascun figlio non è di per sé un problema. I ricercatori Judy Dunn e Robert Plomin hanno passato gli anni Novanta a studiare famiglie di tutti i tipi, e hanno scoperto che le differenze nel modo in cui i genitori interagiscono con i figli sono praticamente universali. È umano. Pensateci: anche voi probabilmente andate più d’accordo con certi amici rispetto ad altri, e questo non significa che siate persone orribili.

Il vero guaio comincia quando queste differenze vengono percepite dai bambini come un giudizio sul loro valore personale. Un bambino non ha gli strumenti cognitivi per pensare: “Ah, papà passa più tempo con mio fratello perché condividono la passione per il calcio”. No. Il cervello di un bambino traduce quella differenza in: “Papà ama più lui. Io valgo meno.” E questa traduzione sbagliata, ripetuta migliaia di volte durante l’infanzia, diventa una narrazione interna che ci portiamo dietro anche da adulti. Tipo uno zaino pieno di sassi che non ricordiamo nemmeno di aver caricato sulle spalle.

Perché Succede: La Scienza Del Favoritismo

Mettiamoci nei panni dei genitori per un secondo. Avete due o tre figli, ciascuno con personalità completamente diverse. Uno è riservato e ama leggere, l’altro è un tornado di energia che non sta fermo un secondo, il terzo magari è iper-sensibile e piange se lo guardate storto. Come fate a trattarli esattamente allo stesso modo? Spoiler: non potete. E forse nemmeno dovreste.

Gli studi di Sara McHale e del suo team hanno dimostrato che i genitori modellano il loro comportamento in base alle caratteristiche individuali di ogni figlio. Questo è normale e persino sano quando risponde a bisogni reali. Il problema nasce quando le differenze non sono basate sui bisogni ma su qualcos’altro: la somiglianza. Le ricerche di Jill Suitor, che ha seguito più di milletrecento madri per anni, hanno rivelato che le madri tendono a preferire i figli che condividono i loro valori, le loro credenze o le loro caratteristiche personali.

È il fenomeno dello specchio: ci riconosciamo in chi ci somiglia, e questo crea automaticamente una connessione più forte. Vostro padre era un appassionato di musica e vostro fratello ha iniziato a suonare la chitarra? Boom, connessione istantanea. Voi invece preferivate lo sport? Papà magari vi guardava giocare, ma quella scintilla negli occhi era diversa. Non c’è malafede. C’è semplicemente la natura umana con tutti i suoi bias inconsci.

Il Plot Twist: Anche I Preferiti Soffrono

Qui le cose diventano davvero interessanti. Se avete sempre pensato che essere il figlio favorito fosse come vincere alla lotteria familiare, preparatevi a ricredervi. Uno studio del 2018 condotto da Suitor e colleghi ha scoperto qualcosa di completamente controintuitivo: i figli adulti che erano stati i preferiti mostravano livelli più elevati di depressione e ansia rispetto agli altri.

Come è possibile? Semplice: la pressione invisibile. Essere il preferito significa crescere con un messaggio implicito ma costante: “Ti vogliamo bene perché sei così, perché fai queste cose, perché soddisfi queste aspettative”. L’amore diventa condizionato alla performance. E quando il tuo valore percepito dipende dal mantenere uno status, dal non deludere mai, dal essere sempre all’altezza, ecco che si sviluppa quella che gli psicologi chiamano ansia da prestazione.

Questi bambini diventano adulti che non si sentono mai abbastanza bravi, che hanno un rapporto complicatissimo con il successo, che faticano a rilassarsi perché dentro di loro c’è sempre quella vocina che dice: “Se sbagli, se mostri debolezza, se non sei perfetto, perderai tutto”. Sono stati protetti, celebrati, messi su un piedistallo, ma nessuno li ha preparati a gestire il fallimento o a credere di essere amabili semplicemente per ciò che sono, difetti inclusi.

L’Altro Lato Della Medaglia

E poi ci sono gli altri figli. Quelli che hanno guardato da fuori mentre qualcun altro riceveva sorrisi più larghi, pacche sulle spalle più convinte, perdoni più facili. Le conseguenze qui sono più intuitive ma non meno devastanti. Bassa autostima? Check. Senso di inadeguatezza che ti segue come un’ombra? Check. Quella fame costante di approvazione che ti fa dire sì anche quando vorresti dire no, che ti fa tollerare relazioni mediocri perché in fondo pensi di non meritare di meglio? Check, check, check.

Questi bambini crescono con una domanda che martella silenziosa ma costante nel retro della loro mente: “Cosa c’è che non va in me?” E spesso passano l’intera vita adulta cercando di rispondere a quella domanda, accumulando successi professionali, relazioni, riconoscimenti esterni, nella speranza di riempire quel vuoto che si è formato quando avevano sei anni e hanno visto mamma sorridere in modo diverso a qualcun altro.

C’è anche un danno collaterale che spesso viene sottovalutato: le relazioni tra fratelli. Uno studio del 2010 di Boll e colleghi ha documentato come il trattamento differenziale percepito crei competizione e conflitto tra siblings che persiste anche nell’età adulta. Fratelli e sorelle che avrebbero potuto essere alleati naturali diventano rivali per una risorsa percepita come scarsa: l’amore dei genitori. E questa rivalità avvelena cene di Natale e compleanni anche quarant’anni dopo.

Chi eri davvero nella tua famiglia?
Il preferito
L’ignorato elegante
Il pacificatore
Il ribelle silenzioso
Il fantasma competivo

Come Riconoscere Gli Schemi

Quindi, come fate a capire se anche nella vostra famiglia esisteva questo pattern? Gli esperti hanno identificato alcuni segnali ricorrenti che vale la pena considerare. I confronti erano la norma: “Perché non prendi bei voti come tua sorella?” oppure “Guarda come si comporta tuo fratello” erano frasi che sentivate regolarmente. Gli errori avevano pesi diversi: quando sbagliavate voi era un dramma epocale, quando sbagliava l’altro era “normale, capita a tutti”.

Il tempo e l’attenzione erano distribuiti in modo diseguale: non parliamo solo di soldi o regali materiali, ma di interesse genuino per le vostre passioni, per le vostre giornate, per quello che vi rendeva unici. Le alleanze erano evidenti: uno dei genitori aveva chiaramente un rapporto privilegiato con un figlio specifico, condividevano battute, confidenze, tempo esclusivo. E infine, i vostri schemi relazionali attuali riflettono queste dinamiche: cercate costantemente approvazione? Avete difficoltà a sentirvi degni di amore? Oppure vi sentite schiacciati dalle aspettative altrui?

Quando La Differenza È Legittima

Facciamo un passo indietro importante: non ogni differenza di trattamento è favoritismo disfunzionale. I bambini sono individui unici con bisogni oggettivamente diversi. Un figlio con una disabilità richiederà più tempo e risorse. Un adolescente che sta attraversando una crisi avrà bisogno di attenzioni particolari. Un bambino più timido necessiterà di un approccio educativo diverso rispetto a uno estroverso.

Il punto cruciale sta nella trasparenza e nella comunicazione. Quando i genitori spiegano apertamente le ragioni di certi comportamenti differenziati, quando il messaggio che passa è “stiamo rispondendo a bisogni diversi, ma vi amiamo allo stesso modo”, i bambini riescono a contestualizzare meglio quelle differenze. Il danno emerge quando il trattamento diverso viene vissuto come un giudizio implicito sul valore personale di ciascuno.

Gli Effetti Che Ci Portiamo Nell’Età Adulta

La cosa più affascinante e un po’ inquietante di tutto questo è che gli effetti del Parental Differential Treatment non rimangono confinati nell’infanzia. Si infiltrano nelle nostre relazioni sentimentali, nelle dinamiche lavorative, persino nel rapporto che abbiamo con noi stessi. Chi è cresciuto sentendosi il figlio non preferito spesso sviluppa la sindrome dell’impostore: quella sensazione persistente di essere un fraudolento, di non meritare davvero i successi raggiunti, la convinzione che prima o poi tutti scopriranno che non sei abbastanza bravo.

Nelle relazioni romantiche, queste persone possono tollerare comportamenti inadeguati perché inconsciamente credono di non meritare trattamenti migliori. Dall’altra parte, chi è stato il favorito può avere serie difficoltà con l’intimità autentica. Abituati a relazioni condizionate dalla performance, fanno fatica a credere di poter essere amati semplicemente per ciò che sono. Possono sviluppare perfezionismo patologico o, paradossalmente, evitare completamente situazioni di sfida per paura di non confermare le aspettative impossibili che sono state costruite intorno a loro.

Spezzare Il Ciclo

La buona notizia è che riconoscere questi schemi è davvero il primo passo fondamentale. La consapevolezza ci permette di uscire dall’automatismo, di mettere in discussione quelle narrazioni interne che ci portiamo dietro dall’infanzia come se fossero verità assolute. Per chi è genitore oggi, gli esperti suggeriscono strategie concrete: stabilire regole familiari chiare e democratiche, celebrare l’unicità di ciascun bambino senza creare gerarchie di valore, fare estrema attenzione ai confronti impliciti ed espliciti. E soprattutto, lavorare sulla propria autoconsapevolezza per riconoscere le preferenze inconsce prima che diventino dannose.

Per chi invece sta facendo i conti con queste dinamiche come figlio, a qualsiasi età, il percorso può passare attraverso la terapia, che aiuta a decostruire credenze limitanti e a riscrivere la propria narrazione personale. Significa imparare che il valore non dipende dall’approvazione altrui, nemmeno quella dei genitori. Significa fare pace con quel bambino o quella bambina interiore che ancora attende una conferma che forse non arriverà mai, e imparare a darsela autonomamente.

Quel 65-70% di famiglie dove esiste una preferenza genitoriale non è fatto di mostri o fallimenti educativi. È fatto di persone normali, imperfette, che cercano di fare del loro meglio in situazioni complesse con gli strumenti che hanno a disposizione. I genitori non sono cattivi quando hanno preferenze inconsce; sono semplicemente umani, con i loro vissuti, i loro traumi irrisolti, le loro proiezioni inconsapevoli. E i figli, tutti i figli, meritano di sapere che il loro valore non è negoziabile, non dipende da quanto riescono a somigliare a un ideale genitoriale impossibile, non si misura in confronti con fratelli o sorelle.

Parlare apertamente di questi temi, senza vergogna o sensi di colpa paralizzanti, è l’unico modo per spezzare cicli che altrimenti si ripetono di generazione in generazione. La ricerca psicologica ci ha consegnato gli strumenti per comprendere e gestire queste dinamiche. Studiosi come Dunn, Plomin, McHale e Suitor hanno dedicato decenni a mappare queste complessità familiari, documentando conseguenze e suggerendo alternative. Ora quegli strumenti li abbiamo. Sta a noi decidere di usarli, sia come genitori che cercano di creare ambienti più equi per i propri figli, sia come adulti intenti a guarire ferite antiche e a non trasmetterle oltre. Perché alla fine, di questo si tratta: di interrompere pattern dolorosi e costruire relazioni più autentiche, più consapevoli, più libere dal peso di aspettative impossibili e confronti tossici.

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